Quanto e quando la gioielleria può definirsi davvero arte? Quale, se c’è, il confine tra artigianalità, rarità, storicità? Spesso si tende a confondere i piani, i margini tra l’una e l’altra sono labili. Il Met Gala 2026 era forse l’occasione per capirlo. L’evento degli eventi che, nella notte dello scorso 4 maggio – come da tradizione il primo lunedì del mese – ha inaugurato la mostra al Metropolitan Museum of Art, “Costume Art”, curata da Andrew Bolton, ha avuto il dress code "Fashion is Art", un invito per gli ospiti “a esprimere il proprio rapporto con la moda come forma d'arte corporea e a celebrare le innumerevoli rappresentazioni del corpo vestito nella storia dell'arte”. Tanti gli abiti scenografici, ispirati a dipinti e sculture iconiche, inevitabilmente arricchiti da gioielli, scelti per esasperarne la drammaticità. Rihanna ha indossato un capo impreziosito da oltre 115.000 perline di cristallo, firmato da Glenn Martens per Maison Margiela. Corredato da un ear styling imponente. Gli orecchini "Old Mughal Golconda" di Glenn Spiro, con due diamanti naturali estremamente rari taglio pera, per un totale di oltre 51,9 carati; gli orecchini a clip con pavé di diamanti di Briony Raymond Sloan; più altri due orecchini a clip con pavé di diamanti "Reverse Elixia" del marchio DYNE di Sarah Ysabel Narici. Oltre a un bracciale rigido vittoriano con diamanti taglio rosa di Joseph Saidian and Sons, tre anelli con diamanti, uno degli anni '30 di Suzanne Belperron, gli altri Fred Leighton. Una ricchezza estetica in cui ha deciso di immergersi anche Beyoncé, co-conduttrice della serata. L’abito su misura, creato da Olivier Rousteing, anch’esso ricamato con perline, comprendeva una stola di piume e un copricapo. Per i gioielli, una collana Chopard della collezione Garden of Kalahari, con un diamante centrale taglio brillante da 6,41 carati e altri 140 carati di diamanti, incastonata in oro bianco 18 carati "Fairmined"; e ancora un bracciale con due diamanti taglio smeraldo da 21 e 14,7 carati ciascuno, con ulteriori 36,74 carati di diamanti della stessa collezione Garden of Kalahari. I due look bastano a comprendere che i gioielli hanno accompagnato gli abiti con una funzione prevalentemente amplificatrice. Più raramente hanno costruito un discorso autonomo. L’arte non implica forse un’intenzione riconoscibile, la capacità di produrre senso oltre l’ornamento? Ciò che abbiamo visto addosso alle 450 personalità del red carpet sono stati i soliti, seppur strabilianti, gioielli one-of-a-kind tratti da collezioni storiche o recenti; grandi carati e gemme rare per pezzi, in troppi casi, distanti da una vera essenza artistica. Eppure, Zoë Kravitz ha sfoggiato un paio di orecchini asimmetrici di Jessica McCormack, da ritenersi davvero opera d'arte. L'attore Adrien Brody ha indossato una elaborata spilla, realizzata dalla sua designer di fiducia, l'artista Elsa Jin: un piccolo capolavoro che inneggia alla leggiadria.

La modella Cara Delevingne ha scelto gli orecchini De Beers Individuality, tributo eccelso all’Art Déco, della collezione di alta gioielleria Forces of Nature. Tutti esempi che danno prova di quanto un gioiello possa sostenere e possedere significati, sorprese, valori. La sua efficacia dipende dalla leggibilità del concetto. Senza intenzione creativa rischia di restare opaco. Da una serata che dichiarava “Fashion Is Art” non ci si poteva attendere una gioielleria più assertiva, in grado di parlare in prima persona? In molti casi ha accompagnato con efficacia. Più raramente ha preso la parola.
