Dalla Terra al Gioiello: La Complessa Tracciabilità delle Gemme di Colore
Le gemme di colore sono il termometro della desiderabilità del gioiello contemporaneo. Le strategie dei marchi indipendenti e la visione di tre esperti, ci guidano lungo il percorso di una filiera alla ricerca di trasparenza
Con un mercato in forte espansione, oggi rubini, zaffiri, smeraldi e una costellazione di gemme meno note sono un’opportunità di investimento per collezionisti e acquirenti informati e, allo stesso tempo, un terreno fertile di sperimentazione estetica per marchi indipendenti. Crescono anche la consapevolezza in materia di approvvigionamento etico, così come le piattaforme di vendita al dettaglio online, che rendono le pietre preziose accessibili a un pubblico più vasto. Ma qual è oggi la forma reale della loro catena di approvvigionamento? Fino a che punto le promesse di tracciabilità corrispondono alla realtà di un settore storicamente frammentato? E quali strategie sono adottate dai marchi per gestirla?

Secondo Kenneth Scarratt, gemmologo di fama internazionale con decenni di esperienza al GIA, ora attivo in diversi ruoli nella World Jewellery Confederation (CIBJO), il quadro resta complesso. «Sebbene alcune grandi aziende riescano a garantire buone pratiche di estrazione e, in una certa misura, a controllare la filiera, la stragrande maggioranza delle pietre preziose colorate viene ancora estratta in località remote, a livello artigianale». Sono migliaia le miniere sparse nel mondo che operano ancora con lavoro manuale. «Le pietre estratte vengono vendute a uffici acquisti locali gestiti da commercianti internazionali, che le portano in hub globali come quelli di Sri Lanka e Thailandia. Qui il grezzo spesso perde qualsiasi concetto di filiera definita e viene rivenduto a commercianti il cui unico interesse è ottenere il massimo profitto dal materiale sfaccettato. Ogni anno milioni di carati percorrono questa traiettoria. Per quanto si possa avere familiarità con il Paese di provenienza di alcune pietre, la conoscenza della miniera e delle operazioni effettive si perde nel vortice di attività». L’idea di una filiera completamente trasparente appare più lontana di quanto suggeriscano molte narrazioni contemporanee, come testimonia anche Bruce Bridges, presidente dell’American Gem Trade Association (AGTA) e dell’azienda di famiglia Bridges Tsavorite. «Siamo i primi in Africa orientale ad adottare un modello “mine-to-market” completamente integrato verticalmente. Mio padre, Campbell Bridges, scoprì la Tsavorite e oggi rimaniamo i maggiori minatori e fornitori al mondo di questa pietra. Tuttavia, per le altre gemme colorate avere un vero schema “mine-to-market” è letteralmente impossibile». Il motivo, spiega, è prima di tutto geologico. «La Tsavorite è una gemma straordinariamente rara, presente in quantità commerciali solo in due paesi confinanti, Kenya e Tanzania. Molti dei giacimenti di gemme colorate sono invece distribuiti su territori molto vasti. Non esistono grandi società minerarie che estraggono l’intera varietà di gemme colorate; nella maggior parte dei casi, non sarebbe nemmeno economicamente sostenibile». Anche il modello direct sourcing, aggiunge, può essere controverso. «Esiste da oltre mezzo secolo, ma negli ultimi dieci anni è stato promosso molto di più. In realtà non esclude molti intermediari. Spesso, quando si diffonde la notizia che un acquirente straniero sta per comprare, le merci vengono trasportate da tutte le aree circostanti a una sola miniera, e presentate come appena estratte da quella stessa miniera. A meno che non si vedano le gemme uscire letteralmente dal tunnel o da un torrente, non si ha davvero idea della loro provenienza».

Per questo alcuni designer hanno scelto di adottare davvero questa formula. La francese Sarah Madeleine Bru, durante gli anni trascorsi a Londra, ha collaborato con cercatori di pietre preziose in Scozia. Tornata in Francia, ha replicato la stessa esperienza, attraverso la collaborazione con Geologic Garden, scegliendo di lavorare con zaffiri dell’Alvernia, reperiti in quantità molto limitate. Le pietre vengono raccolte a mano da fiumi e depositi naturali e successivamente tagliate vicino al luogo di raccolta. «Quello che sta realmente cambiando è che la filiera si accorcia e diventa molto più controllata», osserva Gianluca Maina, Global Marketing & Communications Director della società mineraria Fura Gems. «Negli ultimi anni, ho visto crescere molto l’interesse dei brand indipendenti per una maggiore trasparenza nella filiera. Il direct sourcing permette di lavorare con fornitori più vicini alla fonte – come tender houses, tagliatori o dealer specializzati – e di avere maggiore visibilità sull’origine delle gemme».

La designer Camille Beinhorn conosce personalmente i partner di approvvigionamento e le regioni minerarie da cui provengono le gemme che utilizza. In Vietnam, da dove provengono i suoi zaffiri e spinelli, ha visitato miniere private e osservato i mercati del grezzo e delle gemme già tagliate e lucidate, costruendo nel tempo rapporti diretti e solidi con i commercianti.

Isabel Delgado acquista piccole serie di gemme tramite fornitori che hanno legami diretti con le miniere o con le aste delle società minerarie. Le pietre, accompagnate da certificazioni gemmologiche, vengono poi lavorate artigianalmente a New York. Etiq mantiene rapporti di lunga data con commercianti e minatori di pietre grezze e accompagna ogni gemma con un passaporto interno del prodotto e certificazioni di laboratorio. Guendalina Fil seleziona gemme provenienti da diverse regioni minerarie e segue il percorso delle pietre attraverso laboratori gemmologici internazionali. La Marquise, con una struttura verticalizzata, acquista direttamente da compagnie minerarie o tramite aste ufficiali, lavora internamente a Dubai e certifica secondo standard come il Responsible Jewellery Council e il Kimberley Process. Realtà come queste testimoniano un’idea di direct sourcing possibile che, come afferma Maina, «rappresenta oggi un buon equilibrio tra accesso al prodotto, trasparenza e flessibilità, soprattutto per realtà indipendenti che vogliono rafforzare il controllo sulla provenienza delle pietre». Cosa c’è da aspettarsi per il futuro? Secondo Scarratt, «è improbabile che si verifichino cambiamenti nei modelli di approvvigionamento nel prossimo decennio. Tuttavia, come per la maggior parte degli altri prodotti, dovremmo aspettarci un crescente utilizzo di piattaforme di marketing digitale per immettere le pietre preziose sul mercato, il che di per sé comporterà ulteriori sfide ancora da affrontare». Bridges ammonisce su una narrazione ancora più commerciale. «Penso che assisteremo a un marketing più forte dell'approvvigionamento diretto, dato che ho visto sempre più promozioni». Maina si affida all’idea di una forma evoluta di direct sourcing supportato da strumenti di tracciabilità sempre più avanzati. «Credo che il futuro sarà fatto soprattutto di modelli ibridi, dove la filiera si accorcia ma non scompare la competenza degli operatori specializzati. La tecnologia avrà sicuramente un ruolo importante, soprattutto sulla trasparenza e sulla gestione delle informazioni. Strumenti digitali, piattaforme e sistemi di tracciabilità possono aiutare molto a documentare l’origine delle gemme e a rendere la filiera più leggibile. Detto questo, le gemme di colore non sono una commodity standardizzata. Ogni pietra è unica e la valutazione richiede ancora competenza, esperienza e fiducia tra gli operatori. La tecnologia porterà a una selezione naturale degli operatori: avranno sempre più valore quelli che sapranno offrire verifica, competenza e credibilità lungo la filiera».