GemGenève, fra Cultura della Tradizione e Future Talents
Il punto di vista di Ronny Totah, cofondatore dell'evento ginevrino dedicato all'alta gioielleria, sul nuovo assetto del settore
Negli ultimi cinque anni, il mondo della gioielleria ha attraversato importanti cambiamenti. Quali sono le principali nuove tendenze dell’haute joaillerie? Quali sono le nuove “rotte” e dinamiche di mercato?
«Negli ultimi cinque anni abbiamo vissuto la coda lunga della pandemia, che ha trasformato profondamente la vita quotidiana e professionale e, di conseguenza, anche il nostro rapporto con la gioielleria. Tuttavia, l’aumento del prezzo dei metalli preziosi non ha inciso quanto si potrebbe pensare: nell’alta gioielleria il valore è determinato soprattutto dal design e dalle pietre, e queste non hanno subito oscillazioni tali da modificare realmente il mercato. Le trasformazioni più rilevanti arrivano dai nuovi format espositivi, molto più responsabili e attenti alla qualità delle relazioni. In questo senso GemGenève ha un ruolo importante: trattiamo con rispetto sia gli espositori sia i visitatori, creando un ambiente che favorisce l’incontro autentico. C’è poi un cambiamento culturale: durante il periodo post‑pandemico molte persone — creativi, artisti, artigiani — hanno avuto più tempo per riflettere sulle proprie aspirazioni. Questo ha portato alla nascita di nuovi designer, alcuni dei quali davvero molto talentuosi. Oggi il trend è acquistare qualcosa di veramente bello e significativo, non necessariamente legato a un grande marchio».
GemGenève ha sempre adottato un forte approccio curatoriale. Quali criteri guidano oggi la selezione degli espositori e come riuscite a bilanciare tradizione, talenti emergenti e innovazione?
«I criteri di selezione si basano su una visione molto chiara. Alcune aziende che partecipano sono grandi realtà internazionali, ma la maggior parte resta composta da imprese familiari, e questo spirito per noi è essenziale. Cerchiamo espositori che rispettino clienti, concorrenti e, se possibile, anche gli organizzatori: è un requisito fondamentale. All’interno di questo perimetro costruiamo un equilibrio tra varie tipologie di operatori. Non accogliamo, per esempio, dealer focalizzati esclusivamente sui diamanti bianchi, perché rischieremmo di trasformare la fiera in un evento monotematico. Preferiamo offrire una vera varietà: diamanti fancy, pietre di colore, gemme rare, gioielleria d’epoca e creazioni contemporanee. Parallelamente, promuoviamo con convinzione i giovani designer e le scuole. L’aspetto educativo è centrale: vogliamo che la fiera sia un luogo di scoperta, dove le nuove generazioni possano vedere da vicino ciò che li ispira e capire quali possibilità creative offre questo settore».
Uno degli aspetti più apprezzati di GemGenève è la sua atmosfera “a misura d’uomo”. Come riuscite a preservare questo spirito mentre la fiera continua a crescere e a diventare più complessa?
«È qualcosa che fa davvero parte del nostro DNA. GemGenève è organizzata come una realtà familiare: il nostro team fisso è composto da appena sei o sette persone. Lavoriamo tutti nello stesso open space, e questo rende naturale dialogare, ascoltarci, trovare soluzioni insieme. Questo approccio umano si riflette automaticamente sull’atmosfera della fiera. Nonostante la crescita, continuiamo a privilegiare relazioni dirette, autenticità e un’organizzazione che rimanga, per quanto possibile, a misura d’uomo».
«Negli ultimi cinque anni abbiamo vissuto la coda lunga della pandemia, che ha trasformato profondamente la vita quotidiana e professionale e, di conseguenza, anche il nostro rapporto con la gioielleria. Tuttavia, l’aumento del prezzo dei metalli preziosi non ha inciso quanto si potrebbe pensare: nell’alta gioielleria il valore è determinato soprattutto dal design e dalle pietre, e queste non hanno subito oscillazioni tali da modificare realmente il mercato. Le trasformazioni più rilevanti arrivano dai nuovi format espositivi, molto più responsabili e attenti alla qualità delle relazioni. In questo senso GemGenève ha un ruolo importante: trattiamo con rispetto sia gli espositori sia i visitatori, creando un ambiente che favorisce l’incontro autentico. C’è poi un cambiamento culturale: durante il periodo post‑pandemico molte persone — creativi, artisti, artigiani — hanno avuto più tempo per riflettere sulle proprie aspirazioni. Questo ha portato alla nascita di nuovi designer, alcuni dei quali davvero molto talentuosi. Oggi il trend è acquistare qualcosa di veramente bello e significativo, non necessariamente legato a un grande marchio».
GemGenève ha sempre adottato un forte approccio curatoriale. Quali criteri guidano oggi la selezione degli espositori e come riuscite a bilanciare tradizione, talenti emergenti e innovazione?
«I criteri di selezione si basano su una visione molto chiara. Alcune aziende che partecipano sono grandi realtà internazionali, ma la maggior parte resta composta da imprese familiari, e questo spirito per noi è essenziale. Cerchiamo espositori che rispettino clienti, concorrenti e, se possibile, anche gli organizzatori: è un requisito fondamentale. All’interno di questo perimetro costruiamo un equilibrio tra varie tipologie di operatori. Non accogliamo, per esempio, dealer focalizzati esclusivamente sui diamanti bianchi, perché rischieremmo di trasformare la fiera in un evento monotematico. Preferiamo offrire una vera varietà: diamanti fancy, pietre di colore, gemme rare, gioielleria d’epoca e creazioni contemporanee. Parallelamente, promuoviamo con convinzione i giovani designer e le scuole. L’aspetto educativo è centrale: vogliamo che la fiera sia un luogo di scoperta, dove le nuove generazioni possano vedere da vicino ciò che li ispira e capire quali possibilità creative offre questo settore».
Uno degli aspetti più apprezzati di GemGenève è la sua atmosfera “a misura d’uomo”. Come riuscite a preservare questo spirito mentre la fiera continua a crescere e a diventare più complessa?
«È qualcosa che fa davvero parte del nostro DNA. GemGenève è organizzata come una realtà familiare: il nostro team fisso è composto da appena sei o sette persone. Lavoriamo tutti nello stesso open space, e questo rende naturale dialogare, ascoltarci, trovare soluzioni insieme. Questo approccio umano si riflette automaticamente sull’atmosfera della fiera. Nonostante la crescita, continuiamo a privilegiare relazioni dirette, autenticità e un’organizzazione che rimanga, per quanto possibile, a misura d’uomo».