Imperfezione: L’Ultima Seduzione della Gioielleria

Una nuova generazione di designer risponde alle esigenze di un pubblico disilluso dall’ideale della perfezione. Attraverso gioielli che, prima di tutto, parlano al nostro lato più umano


Lo scorso settembre GranTurchese, il marchio di biscotti del Gruppo Colussi, ha lanciato i BiscoRotti, una limited edition di biscotti ottenuti da scarti di produzione, già rotti in partenza, ma buoni quanto quelli interi. L’iniziativa ha catturato l’attenzione per il messaggio che porta: ciò che è spezzato, diverso o irregolare non perde valore. Inoltre, il recupero degli scarti di produzione manifesta responsabilità etica. Soprattutto, in un mercato saturo di prodotti identici, si può costruire una narrazione che risponda all’urgenza di valori come inclusività, sostenibilità, unicità. Una tendenza destinata a influenzare sempre più settori. Negli ultimi tempi, le campagne di marketing hanno invertito una dinamica culturale che sembrava impossibile da scalfire: l’ossessione per la perfezione. Le estetiche levigate, costruite senza margini d’errore, hanno cominciato a stancare il pubblico molto prima che i brand se ne accorgessero. E quando la saturazione è diventata un rifiuto, le aziende hanno iniziato a cambiare rotta. A novembre, il collettivo londinese Unusual Group ha introdotto l’espressione “The Imperfection Signal”. Deriva dall’analisi, condotta dalla società di consulenza, di tre studi chiave del 2025, che rivelano come la Generazione Z ora si fidi e interagisca più volentieri con i brand che mostrano difetti visibili, spontaneità e consapevolezza culturale. «La Generazione Z non vuole solo l'autenticità come concetto, vuole vederla, sentirla e osservarla mentre accade», ha affermato Tobin, CEO di Unusual Group.

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Un pubblico sempre più vasto ha smesso di credere a ciò che è perfetto e si riconosce, più facilmente, in ciò che è vulnerabile. L’imperfezione, che oggi torna nei biscotti spezzati, nei volti non ritoccati, nei materiali lasciati grezzi, è la reazione collettiva ad anni che ci hanno bombardato con l’illusione dell’infallibilità. L’estetica del reale è diventata un rifugio, un modo per riallinearsi con ciò che percepiamo più accessibile. Il settore della gioielleria, tradizionalmente vincolato a un ideale di purezza formale, non resta indifferente. Soprattutto quando guardiamo a una nuova generazione di designer, cresciuta tra arte, ricerca materica e progettazione emotiva.Emily Frances Barrett e Mairi Millar sono due artiste e designer, fresche di laurea presso le migliori scuole d’arte e moda di Londra; entrambe hanno consolidato la propria esperienza alla Sarabande Foundation, il progetto filantropico fondato da Lee Alexander McQueen, che offre residenze artistiche ai talenti emergenti più radicali e visionari. Emily è una collezionista appassionata di mudlarking, che ama dissotterrare frammenti di oggetti sui fondali dei fiumi: mozziconi di sigaretta, denti, fiori pressati, piume, pezzi di ceramica e vetro. Li combina con metalli e pietre preziosi dando vita a gioielli che sono riflessioni poetiche sul tempo e il decadimento. «Per me, le imperfezioni ci ricordano la nostra umanità. I materiali antichi, consumati o ritrovati mostrano i segni della loro storia attraverso graffi, crepe e cavità: li portano con sé come fossero cicatrici. Sono attratta dalla loro memoria intrinseca, perché la natura estetica dell’imperfezione funziona come un varco che conduce al passato e a mondi sconosciuti», ci spiega. Con lo stesso spirito esplorativo, Mairi cerca la “vita” negli scarti della natura. Le sue creazioni nascono da una “collaborazione con il caso”. «Gli oggetti naturali hanno sempre qualcosa di “imperfetto”, perché contengono segni di vita», racconta. «Per me la “perfezione” corrisponde alla sterilità. Credo nella bellezza di lasciare tracce di noi stessi nell'opera. La gioielleria è una questione d’intimità: come possiamo onorarla se cerchiamo di cancellarne le tracce?». Nel suo lavoro, tutto può trasformarsi in un gioiello: mosche, ali di uccello, capelli umani. Il diktat è restituire valore a oggetti dimenticati o consumati.

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Di tesori riscoperti ne sa qualcosa anche Ellis Mhairi Cameron, designer scozzese che ha lanciato il suo omonimo marchio nel 2018. «Volevo mostrare la bellezza dell’irregolarità di una lavorazione artigianale. Creare gioielli che sarebbero stati indossati, amati e infine tramandati di generazione in generazione. Il mio lavoro è sempre stato plasmato dal paesaggio scozzese, ma questo legame si è approfondito nel 2022, quando un tesoro di cinquecento anni è stato scoperto nella fattoria di famiglia a Oban. La mia famiglia vive su quella terra dal 1502. Gli antichi manufatti scoperti hanno cambiato il mio modo di pensare al tempo e alla continuità, e cosa significhi creare qualcosa che duri. Sono attratta dai segni del tempo, dalle forme erose e dalla quieta bellezza che si trova nell’imperfezione. Ogni pezzo inizia a mano in cera, il che mi permette di intagliare e modellare liberamente prima di fonderlo in oro. Il risultato è un gioiello che sembra appena dissotterrato, che celebra l’irregolarità e la ruvidezza». Nadia Shelbaya, invece, ha nutrito il piacere di lavorare con i materiali, combinando forme, texture e colori presso il laboratorio di saldatura del padre, a Copenaghen. Ci parla di “perfezione non perfetta”. I suoi gioielli sono il frutto di una connessione tra i suoi stati d’animo e le forme che emergono sotto le sue mani. «Lavoro in modo molto intuitivo, vedo e sento le forme nella mia mente prima di passare a lavorare l’oro: simboleggiano sempre un’emozione, una sensazione. Amo il fatto che non siano simmetriche o perfettamente bilanciate, eppure c’è un equilibrio. Riesco anche a sentire e vedere il momento esatto in cui la mia creazione è pronta e sono riuscita a cogliere l’espressione “perfetta non perfetta”. Non so spiegare bene cosa sia, ma posso percepirlo fisicamente». Un modo di creare istintivo il suo, quasi viscerale, simile a quello di Paul Alvernhe. Storico dell’arte, pittore, gemmologo, designer, ha fondato il marchio Meteor nel 2022. A Parigi, nel suo laboratorio, si dedica alla creazione artigianale di anelli, concepiti come una sorta di medium artistico, punto di congiunzione tra il naturale e il soprannaturale. Il processo creativo si sviluppa come un’improvvisazione jazz: un primo gesto stabilisce il ritmo e la tonalità, plasmato dallo stato emotivo del momento; le fasi successive si susseguono in una dinamica autopropulsiva. Le creazioni organiche emergono da una deliberata ricerca di equilibrio. «Il mio obiettivo è sempre stato quello di creare gioielli che fossero sinceri, tattili e radicati nel luogo. Voglio che portino i segni della mano che li ha creati e del paesaggio che li ha ispirati». Gioielli vivi, insomma, come lo sono le emozioni, mai lineari. «L’imperfezione», diceva Rita Levi-Montalcini, «ha da sempre consentito continue mutazioni di quel meraviglioso quanto mai imperfetto meccanismo che è il cervello dell’uomo». È dunque una componente fondamentale dell’evoluzione. E come nella vita, anche in gioielleria, irregolarità, errore, imprevedibilità e deviazione possono essere virtù. L’ultima seduzione di un’estetica progressista che cresce e matura con noi.
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